lunedì 23 febbraio 2009

Le Pulle, il nuovo spettacolo di Emma Dante, in scena a Napoli

E' un percorso antropologico, iconografico, mitico, nella natura e nell'immagine del trans, del femminiello, dell'ermafrodito, dei mille modi in cui chiamiamo questo essere sfuggente, quest'uomo che diventa donna, questa donna che diventa uomo.

E' soprattutto una riflessione sul corpo, esibito, trasformato, violentato, scomposto e ricomposto in forme che non gli appartengono, o forse gli appartenevano e sono state dimenticate.

Ma il dimenticato non scompare: resta vivo come un fiume sotterraneo che scorre lento in attesa di zampillare fuori qua e là, dove trova una crepa, una smagliatura nel tessuto delle soffocanti norme sociali. E' lì che affiorano “le pulle”, le puttane, i trans, esseri ibridi, attraenti e repellenti a seconda dello sguardo che li osserva.

I corpi degli attori, tutti molto bravi, sono il cuore di questo spettacolo a tratti affascinante, ma nel complesso noioso e fin troppo ripetitivo. Le tre fate ballerine, in particolare, raggiungono vertici elevatissimi nel controllo e nella frammentazione ossessiva del loro corpo, con braccia e gambe che vanno per conto loro, con la testa attaccata al corpo come quella di una bambola, con il bacino che va continuamente su e giù in amplessi che sembrano spasmi, in una trance che non ha inizio e non ha fine.

Ma quello che manca allo spettacolo è una drammaturgia forte, una scrittura che dia senso e valore alla successione delle singole scene, a volte ricche di immagini suggestive, ma troppo spesso povere di originalità e sviluppo.

I temi ricorrenti sono sempre gli stessi, il sesso e il cibo, la norma e l'eccesso, riproposti, però, secondo modelli abbastanza scontati. Su tutto domina una pesante cappa di antimoralismo borghese che, scritto a tavolino, finisce per apparire quasi un esercizio di teatro volutamente disturbante e privo di anima.

Mirko Di Martino

lunedì 26 gennaio 2009

Erotismo ed eleganza nel Don Giovanni di Mauro Astolfi

Andato in scena il 21 gennaio al Teatro delle Palme di Napoli e il 22 gennaio al Teatro Delle Arti di Salerno, il "Don Giovanni" di Mauro Astolfi si rivela un'opera di alto "erostismo", ma a volte un po' ripetitiva.

Il personaggio di Don Giovanni è da sempre figura ispiratrice di opere e riletture in qualunque ambito dello scibile artistico: letteratura, pittura, musica e danza. Mauro Astolfi ha, infatti, scelto di raccontare a modo suo la storia del grande seduttore, attraverso le coreografie messe in scena dai danzatori della sua Spellbound Dance Company.

Un’impresa non da poco, se si pensa che comunque è la prima volta che Astolfi decide di cimentarsi in una vera e propria narrazione, avendo sempre preferito lavorare con i movimenti e la musica in base ai gusti personali, e non alla voglia di seguire il filo conduttore di una trama.

Certamente sono presenti alcuni caratteri facilmente riconoscibili (il protagonista, la donna sedotta con la promessa di matrimonio e poi abbandonata, il fedele servitore), ma non dobbiamo lasciarci ingannare e credere che stiamo assistendo al lineare svolgersi degli eventi che caratterizzano la famosa leggenda: Astolfi racconta, ma a modo suo.

Il balletto appare come un flusso continuo, sottolineato dai movimenti morbidi tipici del suo stile coreografico, che fanno apparire le composizioni danzate come le singole parti di un’unica onda. È un’opera altamente erotica che non ha vergogna di mostrare intrecci di corpi che simulano acrobatici amplessi. Improvvisamente, spunta fuori in modo del tutto inatteso anche un morbido talamo.

Spicca per originalità la voglia di mostrare tutte le amanti di Don Giovanni come perfettamente identiche: emblematica la scelta di vestire tutte le danzatrici allo stesso modo, mostrando l’immagine dei seni nudi dipinti sulla superficie di tutine color carne che lasciano in bella mostra i loro corpi flessuosi; estremamente d’impatto la resa, in una scena, di tutte loro ornate di una parrucca bionda di gomma, che danzano movimenti robotici dopo essere sbucate da contenitori trasparenti simili a teche, proprio come fossero le bambole di una collezione.

Peccato soltanto che, a soluzioni coreografiche e scenografiche altamente innovative, si alternino momenti ripetitivi, che provano a portare in scena l’astrattismo degli istanti di danza pura, senza significato, diluendo il corso della vicenda e stancando un po’ gli occhi per un gioco di movimenti che, dopo un po’, sa di “già visto”.

Maria Rosaria Carifano

lunedì 12 gennaio 2009

Il Teatro dell'Osso seleziona attori e attrici

Il Teatro dell’Osso seleziona attori e attrici per inquadramento professionale nelle produzioni teatrali in programmazione da febbraio a maggio.

La sede di lavoro è a Lioni e in provincia di Avellino.

Gli interessati, anche con poca esperienza, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, possono presentarsi ai provini che si terranno:

lunedì 19 e lunedì 26 gennaio 2009 a Lioni.

Per partecipare alle selezioni e conoscere le modalità di svolgimento inviare una mail a info@teatroscuola.com o telefonare al numero 329.1850120

Orario e sede dei provini saranno indicati prossimamente su www.teatroscuola.com.

martedì 30 dicembre 2008

Bambini e genitori insieme a teatro per assistere al "Gatto con gli stivali"

Sabato 3 gennaio 2009 alle ore 18.30, presso la Tendostruttura dell'Area PIP di Montella, il Teatro dell'Osso presenta “Il gatto con gli stivali”, uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Mirko Di Martino, che viene presentato per la prima volta al pubblico dopo il grande successo ottenuto dalle rappresentazioni per le scuole materne ed elementari irpine durante le mattinate di dicembre.

Tra fiaba e realtà, ai confini di un universo fatto di personaggi e paesaggi straordinari che popolano la fantasia di tutti, in un tempo infinito e immutabile, lo spettacolo vive davanti agli occhi dei bambini che, come nei racconti di una volta, da semplici spettatori diventano anche loro personaggi della fiaba. Di volta in volta sono chiamati a intervenire nella storia per sostenere le astuzie feline del protagonista, per incoraggiare il giovane Carabà nel suo percorso di riscatto, per respingere e sconvolgere le trame del terribile Orco.

In scena tre giovani attori che recitano, cantano, ballano e, per effetto di magia riflessa, si trasformano in sei diversi personaggi: Melissa Di Genova interpreta il Gatto, Francesco Prudente è il Mugnaio, l'Orco e il Re, Arcangelo Prudente interpreta il giovane Carabà e il valletto del re.

Le scene mobili di Alessandro Ruggiero, in un gioco di forme e colori, prendono vita sotto gli occhi degli spettatori, riempite dagli oggetti realizzati da Mariagrazia Davide: torte, arrosti, polli al forno con le patate, conigli saltellanti, leoni ruggenti e topolini sfuggenti, in una sarabanda che appare infinita.

La commedia resta fedele alla fiaba nelle sue linee generali: un mugnaio lascia in eredità al suo figlio minore soltanto un gatto. Ma il gatto è speciale: infilati un paio di stivali, sfrutterà la sua astuzia per fare in modo che il suo giovane padrone diventi nobile e ricco. Lo spettacolo, però, aggiunge alla fiaba il fascino del teatro, i colori delle scene, il divertimento di battute frizzanti, la forza di personaggi simpatici e intriganti.

Ma “Il gatto con gli stivali” è anche altro: è il racconto di come l’intraprendenza e l’intelligenza siano le carte vincenti quando si gioca con la Fortuna e con gli Orchi, è l’originale ricetta in cui il sapersi arrangiare è l’ingrediente fondamentale della pozione “e vissero per sempre felici e contenti”, è il momento in cui la magia di un mondo, quello dei bambini, incontra il mondo della Magia.

Lo spettacolo dura un'ora, l'ingresso costa 5 euro. Per informazioni e prenotazioni si può chiamare il numero 329 1850120, inviare una email a info@teatroscuola.com, o visitare il sito www.teatroscuola.com.

A fine gennaio, poi, riprenderanno le repliche di mattina per le scuole presso il Multisala Cinema Nuovo di Lioni.

(comunicato stampa)

giovedì 30 ottobre 2008

Quanto vale una parola nel Paese degli idioti

Il Commendatore vuole questo, il Commendatore vuole quello, al Commendatore piace, il Commendatore dice, il Commendatore esalta e insulta, premia e castiga. Il Commendatore è Fomà Fomìc, un ometto qualunque che gli abitanti di un piccolo villaggio della provincia russa dell'ottocento aspettano e temono come un Convitato di pietra, che viene, non viene, e alla fine si presenta in pantofole e vestaglia, ma vestito di belle parole che lancia qua e là come macigni sulle spalle degli altri poveracci, felici della loro miseria.

Fomà Fomìc è un egocentrico, un immaturo, un ipocrita, un invidioso, uno che si inventa il suo compleanno nello stesso giorno del compleanno di un bambino di quattro annui solo perché non sopporta di non essere sempre al centro dell'attenzione. E' un Tartufo senza lussuria, un sacerdote della cultura che amministra il culto della parola e benedice citando Petrarca. Il suo potere è assoluto perché non poggia su nulla se non sul conformismo di quelli che lo circondano, borghesotti di provincia convinti che essere e apparire siano la stessa cosa e che le parole abbiano più realtà dei fatti.

E quando il vecchio servitore Gravìla (un bravissimo Aldo Bufi Landi), nella scena centrale di un bel primo atto, dà al Commendatore una lezione di grande dignità, quasi defilippiana per umiltà e intensità, il coro del paese degli idioti non sa far altro che gridare al sacrilegio.

Tato Russo riscrive Dostoevskij provando a ricreare un teatro classico nella struttura, anche se più che Dostoevskij siamo dalle parti del Gogol dell'Ispettore Generale, del Cechov della soffocante vita di provincia, del Moliére del già citato Tartufo. Ma allo spettacolo manca ciò che ha fatto grande ognuno di questi tre.

Il testo, nell'insieme, è troppo verboso, troppo lungo, troppo sbilanciato, con scene superflue e ripetitive, con attori di valore diseguale (bravi Marcello Romolo, nella parte del padrone di casa, e Francesco Ruotolo, in una parte minore) con i dialetti del sud infilati a forza tanto per accontentare il pubblico, con personaggi troppo spesso ridotti a figurine senza spessore (vedi la Mammina di Annamaria Ackermann). E poi c'è lui, Tato Russo, impegnato ad esibire se stesso nel personaggio di Fomà Fomìc che appare un po' troppo antipatico per essere credibile.

Però c'è una breve scena, alla fine, che da sola vale un intero spettacolo: un delirante, grottesco monologo di Fomà Fomìc che, dopo essersi accanito per l'ennesima volta contro la sua vittima preferita, il servitore Falalèy, indegno di essere chiamato “Uomo”, lo perdona, e lo battezza versandogli sulla testa una ciotola di zucchero.

Il lieto fine, stavolta, è di rara amarezza: gli innamorati si sposano, padri e figli si abbracciano, tutti tornano felici perché tutto torna come prima. Lo straniero, il giovane scienziato venuto dalla città, l'uomo che usa la ragione (Gabriele Russo) , non può far altro che tornarsene mestamente a casa, mentre sullo sfondo Fomà Fomìc interpreta l'ennesima scena: un tableau di stampo caravaggesco, una chiamata di San Matteo inversa, con il braccio teso a scacciare il peccatore di turno.

Teatro Bellini Napoli 24 ottobre 2008

Mirko Di Martino

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"La forma dell'incompiuto" inaugura la stagione del Teatro Gesualdo di Avellino

Due mostri sacri dell’arte teatrale, l’attore Giorgio Albertazzi e la danzatrice Luciana Savignano, hanno condotto finora le rispettive carriere come interpreti, spesso protagonisti, di piéce “compiute”, scritte, con un inizio, un durante e soprattutto una fine.

Ma se l’arte è bellezza e la bellezza è, secondo Albertazzi, l’armonia delle imperfezioni, allora il massimo a cui l’arte teatrale possa aspirare per raggiungere l’apice della bellezza è quella di essere imperfetta, incompiuta.

Così nasce La forma dell’incompiuto, uno spettacolo che non è proprio di prosa e nemmeno di danza, ma non è neppure una messa in scena di teatro-danza, non è un monologo, non è una conferenza e a dire il vero non si sa bene cosa sia. Albertazzi è in un angolo del proscenio, seduto accanto ad un tavolo rosso pieno di fogli tra i quali spulcerà nel corso della serata. Racconta e si racconta, parla di sé, della sua infanzia, del silenzio, cita Leopardi, Shakespeare Goethe. Mentre la sua voce calda riempie la sala, sei ballerini si muovono seguendo chi il parlato, chi le pause, chi il significato, chi il suono, senza l’ausilio della musica.

All’inizio Albertazzi appare incerto, smemorato. Indugia, mugola per riempire i silenzi di ciò che dimentica. Ma quando si alza e inizia a declamare L’Infinito, non ce n’è per nessuno: potente e fiero, chiama i primi meritati applausi. Da qui è tutto un crescendo, fino alle entrate in musica della Savignano. Meravigliosa, leggera, pur con la sua minuta fisicità riempie la scena e catalizza l’attenzione su di sé, anche a dispetto di coreografie che non ne valorizzano a pieno il talento e la bravura che hanno fatto di lei l’étoile internazionale che tutti ammiriamo.

I due dialogano incessantemente tra parole, gestualità e in alcune occasioni con il semplice incontro degli sguardi, che si carica di una tensione emotiva tale da poterla quasi toccare.

L’incompiuto si compie, perché l’intero spettacolo lascia nell’animo di chi lo guarda un senso di incompletezza. Non si sa bene a cosa si è assistito. Non al meglio che l’attore può fare. Non al meglio che la danzatrice può dare. Di sicuro ad un tutto sommato bell’incontro di due talentuosi amici, che per una sera hanno deciso di fare teatro a modo loro, per il puro piacere di farlo, per cercare di mettere in scena quell’armoniosa imperfezione che fa l’arte del palcoscenico tanto bella e misteriosa.

Teatro Gesualdo Avellino 25 ottobre 2008

Maria Rosaria Carifano

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venerdì 24 ottobre 2008

D'Annunzio contro Scarpetta in "Delitto di Parodia" al San Ferdinando

Il bello è che cent'anni dopo le parti si sono invertite: il testo che doveva farci ridere ci rattrista, e il dramma ci spinge al sorriso, così come è comico Gabriele D'Annunzio nei suoi atteggiamenti da superuomo all'amatriciana, ed è tragico Eduardo Scarpetta nel suo malinconico abbandono delle scene. Ed è comica e triste allo stesso tempo l'Italia di cent'anni fa, quando qualche posa da grand'uomo bastava a creare il divo e qualche battutina simpatica riempiva i teatri. In fondo, l'Italia di oggi non è cambiata poi tanto. Di certo è cambiata la norma sul diritto d'autore, così complessa oggi, così incerta all'epoca.

Molto interessante perciò l'idea di portare in scena quello che per molti aspetti fu un processo fondamentale per l'evoluzione della giurisprudenza e della stessa società italiana.

La materia offre lo spunto a Francesco Saponaro per costruire, almeno per buona parte dello spettacolo, un originale gioco che mescola linguaggi e generi diversi in una continua parodia, alludendo con ciò stesso all'argomento di cui tratta. Le scene recitate dal vivo si alternano ogni tanto con alcuni brevi filmati realizzati nello stile del primo cinema muto dell'Italia di inizio secolo, con una gustosissima e fantasiosa ricostruzione dell'incontro tra Scarpetta e D'Annunzio a Marina di Pisa, tra marmi e stucchi, donne seminude in abiti romani e banchetti erotico-mangerecci, e uno spiritoso e spiritato Peppe Servillo che interpreta il poeta-vate nelle sue pose più grottesche.

Lo spettacolo è divertente e vivace per tutta la prima parte, dominata dalla frizzante invenzione di Eduardo Scarpetta (un bravissimo Gianfelice Imparato) che, come in una sua farsa, sta per andare in scena con “Il figlio di Jorio” mentre tutta la compagnia è in crisi perché le casse con le scene e i costumi si sono perse per strada.

Quando però l'azione passa a rappresentare le fasi del processo, a poco a poco lo spettacolo si spegne, lasciandosi ingabbiare dall'ansia di documentare e dimostrare una tesi abbastanza scontata, ma non così certa: la vitale popolarità del teatro napoletano di Scarpetta opposta alla statica letterarietà del teatro di D'Annunzio. E di opposizioni ce ne sono anche altre, troppe: il mestiere contro l'arte, la pratica contro la teoria, il cinema contro il teatro, la satira contro il potere. Quest'ultima, poi, sembra andare davvero troppo oltre le intenzioni del Cavaliere e Commendatore Eduardo Scarpetta.

Mirko Di Martino

Teatro San Ferdinando

Napoli

Dal 21 ottobre al 2 novembre 2008

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venerdì 17 ottobre 2008

"Don Giovanni ritorna dalla guerra" e si dimentica del mito

Resta il dubbio se Don Giovanni che torna dalla guerra sia un idealista deluso o un nichilista convinto.

Attenendoci ai fatti, il Don Giovanni di Von Horvath sfoglia il suo catalogo alla ricerca impossibile della donna perfetta, quella che abbia gli occhi dell'una, la bocca dell'altra, e i mille particolari delle mille altre donne che ha conquistato, o che forse hanno conquistato lui. Un idealista deluso, insomma.

Ma Don Giovanni è anche un uomo che disprezza tutto e tutte, un cinico, uno speculatore, uno che considera esseri umani solo le donne che gli piacciono. Un nichilista convinto, allora.

Carlo Cerciello, regista di questa ennesima rielaborazione del mito, sceglie una messinscena che strizza l'occhio al teatro espressionista della Germania di Weimar, con cartelli luminosi che scendono dall'alto, elementi di scenografia mobili, suggestioni oniriche, musiche sincopate.

Il risultato è uno spettacolo non particolarmente brillante, un po' troppo concettuale, che si illumina a sprazzi nella suggestione di alcuni momenti particolarmente riusciti, come nel caso di un'enorme rete che cala su quattro donne amate e abbandonate, prede e predatrici, vittime e colpevoli allo stesso tempo.

Davvero poco adatta mi è sembrata invece la scelta di riempire la scena di continui rimandi ai simboli nazisti, con le svastiche infilate ovunque. E' una scelta che, collocando il mito di Don Giovanni in una dimensione storica e spirituale ben precisa, finisce col banalizzarlo. Cerciello sposta l'ambientazione del dramma di Von Horvath dall'immediato dopoguerra agli anni trenta, uno spostamento di pochi anni ma molto significativo e poco condivisibile. Un po' troppo scontato, oggi, collegare crisi dei valori e ascesa del nazismo, con una spruzzata psicanalitica di “potere del fallo” e “pulsione di morte”, quando al contrario il Nazismo fu, per certi aspetti, proprio un'alternativa ideale all'assenza di ideali.

Remo Girone si limita a svolgere il suo compito con buon mestiere, ma senza riuscire ad allontanarsi dall'interpretazione di un Don Giovanni che esibisce il suo smarrimento come un biglietto del treno che lo porta verso la morte. Molto brave, invece, le nove attrici, interpreti di trentacinque donne, voci diverse di un unico coro che accompagna il protagonista verso il suo destino. Affascinanti anche le musiche di Paolo Coletta, brani dall'andamento spezzato, singhiozzante, antimelodico.

Molto bella, però, l'idea di trasformare a poco a poco Don Giovanni nel suo archetipo, fino a fargli indossare il suo abito settecentesco. E quando, nel finale di gelida solitudine, Don Giovanni aspetta immobile sulla tomba dell'amata di diventare lui stesso un convitato di ghiaccio, ecco, adesso si, lo spettacolo si ricongiunge al mito.

Mirko Di Martino

Teatro Mercadante

Napoli

15 ottobre 2008

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giovedì 9 ottobre 2008

Comincia bene la quarta edizione de "La Corte della Formica"

Immersi in un fiume di parole gonfie di cibo, sperduti su un'isola deserta, bloccati per sempre su una sedia a rotelle, i protagonisti dei tre corti in gara nella prima serata della Corte della Formica regalano al pubblico napoletano uno spettacolo interessante e originale.

Il primo corto ad aver aperto il primo week-end della rassegna, in scena da venerdì 3 a domenica 5 ottobre 2008 al Teatro Sancarluccio di Napoli, è stato Ho fatto una cassata, scritto e diretto da Andrea Monti.

Si tratta di uno spettacolo veloce e divertente, grottesco senza essere eccessivo, ricco di spunti originali. I due protagonisti, Gino e Franca, marito e moglie (interpretati con molta simpatia da Davide Campolo e Giuliana Rauccio), vivono uno strano rapporto a tre, un triangolo il cui terzo lato è il cibo. Si amano e si odiano, si abbracciano e si accoltellano, si affiancano e si sfiancano, senza smettere un attimo di parlare di parmigiane di melanzane, maccheroni al sugo, agnellini alla brace, antipasti, torte, insaccati, fritture, stufati. Vivono immersi in una lingua pastosa, succosa, carica di odori e sapori, che divora la loro stessa esistenza allo stesso ritmo in cui essi divorano il loro cibo.

Parlano, Gino e Franca, parlano continuamente. Parlano di abbuffate, di manicaretti prelibati, di cibi troppo grassi, ma sembrano sempre parlare di altro: di un matrimonio che è già arrivato alla frutta, di un amore che è diventato indigesto, di una vita di cui si sentono fin troppo sazi. A furia di mangiare in continuazione, hanno finito per dimenticare qualunque altro rapporto con le cose e, alla fine, anche con le persone: non gli resta altro da fare che mangiarsi l'un l'altro.

Meno originali gli altri due corti in gara, a partire da L'isola, scritto e diretto da Roberto Morpurgo, un monologo un po' troppo astratto, incapace di stabilire una reale comunicazione col pubblico allo stesso modo in cui il suo protagonista è incapace di uscire dalle sue personali ossessioni. Bravo, però, il protagonista, Emilio Zanetti, interprete convincente di un uomo naufragato su un'isola più o meno metaforica.

L'ultimo corto in gara, La sedia rotta, di Giorgio Solieri, pur molto ben recitato dai due protagonisti, Christian De vita e Stefania Maffeis, e pur avendo il merito di affrontare un tema molto delicato come quello dei paraplegici, risente di una scrittura piatta, con battute a volte fin troppo ovvie. Anche la regia di Stefano Bernini si limita a un allestimento naturalistico che non permette allo spettacolo di allontanarsi da un impianto già visto e molto convenzionale.

Teatro Sancarluccio via S.Pasquale 49, Napoli www.lacortedellaformica.it

giovedì 25 settembre 2008

Giotto, una tragedia fuori tempo

Giuseppe Provinzano è seduto, al buio, su di un cubo nero. Mentre il pubblico prende posto dà il benvenuto e spiega la sua presenza: è lì per narrarci la tragedia dei fatti del G8 di Genova, nel 2001. Evento che presenta tutte le caratteristiche della tradizione greca e che ha fatto di Genova una novella Tebe, una moderna Troia, ma che ancora non può trovare posto nella leggenda e nella letteratura, perché i suoi “personaggi” sono ancora “persone” e la sua “trama” è ancora, tristemente, “cronaca”. Si accendono le luci e il cubo nero si mostra per quello che è: una lavagna, sulle cui facce Provinzano scriverà col gesso, in lingua greca, i momenti della tragedia.

Prologo: la preparazione degli eventi. L’illustrissimo premier italiano Silvio Berlusconi si occupa di garantire ai suoi illustri ospiti il meglio che può offrire la tradizione alberghiera e ristoratrice italiana: uno studiato menu d’alta cucina è accompagnato da vini pregiati, mentre ogni primo ministro o presidente potrà contare su di una lussuosa suite, personalizzata in base alle proprie esigenze. Intanto, per le strade, si radunano in trecentomila, per manifestare contro i potenti della Terra. Genova è stata divisa in tre zone, gialla, blu e rossa, e quest’ultima è, in teoria, inaccessibile.

Ma sappiamo che non è andata così. Sappiamo che ci sono stati scontri sanguinosi, che i Black Block hanno spaccato macchine e vetrine, che Carlo Giuliani è morto in Piazza Alimonda, che le forze dell’ordine hanno pestato immotivatamente ragazzi e giornalisti che dormivano nella scuola Diaz, che la caserma di Bolzaneto è diventata peggio di un lager.

Lo sappiamo, ma Provinzano fa di più: ci fa ascoltare e vedere i pensieri di un Black Block prima e di un poliziotto poi. Le loro paure, le loro motivazioni, la loro storia. Con pochi accorgimenti nell’abito, cambia identità, faccia e personalità e mette in scena tutti i “personaggi” di una “storia” che ancora storia non è. Suoni esterni al palco sottolineano o sostituiscono le sue parole, aiutando a caricare le emozioni.

Peccato solo per una parlantina iniziale troppo veloce, emozionale, che ha fatto saltare qualche passaggio di un ottimo testo drammaturgico. E peccato per non essersi, in fondo, distaccato poi tanto da tutto ciò che è stato già fatto, già detto, già sentito.

Conclusione: niente sarà più come prima dopo i fatti di Genova. Lo dicono i mille foglietti che Provinzano inizia a leggere mentre le luci e la musica si abbassano fino a scomparire: pensieri, ricordi e sensazioni di chi c’era, di chi ha vissuto quei giorni e non potrà mai dimenticarli.

Rosaria Carifano

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mercoledì 17 settembre 2008

Sorelle di sangue: teatro, danza, mito.

Molto si sa delle vicende di sangue che colpirono la famiglia di re Agamennone: il sacrificio della primogenita Ifigenìa per ingraziarsi gli déi, la sua uccisione compiuta per mano di sua moglie Clitemnestra e del di lei amante Egisto, l’omicidio di questi ultimi da parte dell’unico figlio maschio Oreste con la complicità e l’appoggio della sorella Elettra, entrambi successivamente usciti di senno. Nessuno conosce, invece, la sorte avuta da Crisotemi, la quarta, l’ultimogenita.

Appena menzionata dagli autori classici, subirà il triste destino di diventare simbolo dell’ignavia: ricoperta del sangue dei suoi cari, eppure incapace di decidere della loro salvezza o della loro condanna. Semplice spettatrice passiva. Ma è andata davvero così?

Elisabetta Pozzi, superba interprete, veste i panni dell’ultima degli Atridi nella piéce Sorelle di sangue e ne riscatta l’essere donna, figlia e sorella. Spiega che è lì a raccontare per soddisfare la curiosità di una giovane giornalista, anch’ella pronta a giudicarla di immonda vigliaccheria.

Crisotemi narrante appare stanca, vecchia: vive con la ormai pazza sorella Elettra e quattro ancelle-ballerine, in sole due stanze della grande e austera casa di famiglia, le cui mura trasudano ancora sangue e ricordi. E parla, Crisotemi. Di come nessuno si accorgesse mai di lei, di come amasse vestirsi dell’ombra della montagna per spiare, non spiata, la vita degli altri. Ha la voce tremante, sembra innocua. Sembra proprio la Crisotemi incapace di agire a tutti nota.

Fino a quando il suo racconto non si interrompe, più volte, spezzato da spasmi, sussulti rabbiosi, grida che inveiscono contro la squallida madre. Urla strazianti di chi vede nella propria generatrice una colpevole senza possibilità di perdono, ma anche di chi sa di non voler essere la mano artefice della vendetta, perché è da lei che in fondo è strisciata fuori alla vita. Una vita si è ridotta ad una non-vita, passata a cercare di rimettere insieme i fragili pezzi di un nucleo familiare sempre più fragile e disgregato, lacerato dalla sventura e dai peccati.

Lunghe sospensioni che mozzano il respiro precedono violente e incalzanti manifestazioni di furiose emozioni contrastanti, oppure cedono il posto a rapide panoramiche di avvenimenti della vita della sfortunata principessa. I movimenti ora fluidi, ora a linee interrotte, delle ancelle-ballerine, sottolineano i momenti con ulteriore forza.

Abitante del vuoto o abitata dal vuoto? Crisotemi è rimasta immobile, incapace di far pendere l’ago della bilancia davanti alla più tremenda delle scelte: uccidere sua madre o difendere l’assassina di suo padre? Davvero chiunque di noi sarebbe stato in grado di prendere una posizione decisa e senza conseguenze?

Lei, intanto, per la sua non-azione si è punita: relegata in una non-vita, piena di rabbia inespressa.

Rosaria Carifano

Benevento Città spettacolo, settembre 2008

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Rabinovich e Popov: nascita e crollo dell'URSS secondo Moni Ovadia

Rabinovich è il vecchio ebreo, l'ortodosso, il progressista, il comunista, il rivoluzionario, il controrivoluzionario, il contadino mezzo sordo, il poveraccio, il morto di fame, il deferito, il disilluso, il sospettato, l'assimilato, il discriminato, l'internato, il deportato.

Rabinovich è il protagonista delle storielle un po' comiche un po' ciniche che Moni Ovadia racconta con il fascino del grande affabulatore, del narratore/ inventore di storie che in poche battute riescono a restituire immagini e colori di un mondo scomparso troppo in fretta. Raccontando episodi e personaggi della Rivoluzione Russa e dell'URSS, l'attore ebreo triestino racconta di miti e ideologie che hanno conosciuto un successo strepitoso, che hanno influenzato la vita di centinaia di milioni di persone, e che oggi un revisionismo volgare e antistorico vorrebbe liquidare con troppa superficialità, nascondendolo sotto il tappeto come un qualunque rifiuto imbarazzante. Lo aiuta nel racconto il maestro ...., simpatico e bravissimo interprete di piccoli gioielli musicali eseguiti al pianoforte con scioltezza e maestria.

Certo, qualche volta anche Moni Ovadia tende a semplificare un po' troppo, ma il suo è lo sdegno sincero dell'uomo che cerca di guardare alla realtà dei fatti e non teva altro che disinformazione, superficialità, falsità.

L'ebreo Rabinovich è ovunque perché lui è un prototipo, anzi, una necessità. Perché deve sempre esserci qualcuno da accusare quando le cose vanno male, da escludere quando vanno bene, e da sospettare sempre e comunque.

Le rivoluzioni sono fatte anche di questo: di proclami inutili, di parole senza senso, e soprattutto di vinti, uomini a cui è stato tolto tutto tranne la dignità. La dignità del grande Mejerchold, ad esempio, che dopo essere stato insultato e torturato per giorni scrive una lettera al suo carnefice. La dignità di dei tanti comunisti comuni che subirono per decenni una terribile dittatura e oggi subiscono la vergogna della riprovazione universale, quella della notte dove tutte le vacche sono grigie, quella di chi parla di crimini senza parlare dei criminali, e di chi parla della Russia senza parla dei russi.

Rabinovich è ancora lì, oggi, a subire le accuse, gli insulti, i sospetti, come cinquanta, cento anni fa. Ed è ancora lì, ad alzare le spalle, e a tirare fuori qualche storiella per ridere. Anche di questo.

Mirko Di Martino

Benevento Città Spettacolo, settembre 2008

martedì 16 settembre 2008

Parole dette in sogno, di Enzo Moscato

Tuoni, scrosci d’acqua. Il sipario si alza al suono di una tempesta. Un uomo dal passo strisciante e silenzioso entra, portando una lanterna in mano. Dice di essere un cameriere, a servizio in una grande dimora, piena di una servitù che non si vede per dei padroni che non conosce. Un cameriere che però nessuno chiama a servire. Vorrebbe con tutta la sua forza adempiere al suo ruolo, ma il campanello per lui non suona mai. Allora passa le giornate a guardare, dalla stanza dei lacchè, le finestre della cucina e del salone grande. Gli altri camerieri gli hanno pur detto che si tratta di fantasie, che non c’è alcuna finestra. Eppure lui le vede, o almeno crede di vederle. Così come crede di vedere, ogni tanto, una fanciulla bruna affacciarsi e poi scappare subito al richiamo di qualcuno dall’interno. Parole dette in sogno è il racconto frammentato dell’esistenza di un uomo che non riesce a completarsi e non sa trovare un suo posto nel mondo. Verrà messo sotto esame da una figura enigmatica (un cameriere dell’ala centrale del palazzo, parte di una servitù “privilegiata” di cui tutti conoscono l’esistenza ma che nessuno ha mai visto), senza riuscire a liberarsi della sua condizione. Liberamente ispirato al racconto di Kafka L’esame, Enzo Moscato ripropone in lingua napoletana la struggente figura di questo servitore, che si pone domande insolvibili che hanno per oggetto cose di cui non si è neanche certi che esistano. Metaforicamente, ci propone ciò che l’uomo moderno è oggi davanti ai grandi misteri, davanti a Dio. Si muove come un’ombra, tra i veli di tulle che pendono dal soffitto e rendono il palco della stessa materia di cui sono fatti i sogni: impalpabile, eppure reale. I gesti, la voce, la luce che illumina lo sguardo penetrante: basta la presenza del solo attore a riempire la scena, che muta vesti e atteggiamenti passando da un interlocutore all’altro. Eppure la fine sembra già scritta: il lavoratore non assolverà mai ai suoi doveri, così come nulle saranno le risposte ai suoi interrogativi, né tantomeno riuscirà mai a presentarsi ai suoi padroni. Questo è il destino degli uomini in terra, che mai vedranno il volto di Dio. Maria Rosaria Carifano

Il corpo, la maschera, il volto di Totò

Il volto del Totò degli ultimi tempi, magro, pallido, munito di piccole lenti scure e rotonde, compare sul fondale. Pur senza essere fisicamente presente, sarà lui il protagonista assoluto dello spettacolo scritto, diretto e interpretato da Marco Manchisi. Come ogni comico partenopeo che si rispetti, il modello, l’ispirazione e purtroppo il confronto difficilmente superabile, guardano sempre a lui, il piccolo e immenso Antonio de Curtis. La prima parte dello spettacolo, infatti, gioca sulle due personalità che convivono nello stesso uomo, Totò e il Principe: il primo sguaiato, confusionario, che corre dietro alle gonne delle formose ballerine da caffè chantant; il secondo austero, pacato, romanticamente devoto a raffinate fanciulle di buona famiglia. Manchisi “si veste” da Totò. Mette il frac e la bombetta, poi un naso da Pinocchio, diventando un burattino nel Paese dei Balocchi dove una politica corrotta tira i fili degli eventi. La sua gestualità ricorda, ma intelligentemente non copia, quella della marionetta portata in scena da Totò, la cui presenza aleggia costantemente nell’aria senza mai manifestarsi. Sarà forse questo il motivo per il quale lo spettacolo, alla fine, diverte ma non decolla. Strappa qualche risata e sicuramente non si può negare che Manchisi sia un attore e un comico di talento. Ma la piéce in sé risulta meno esilarante di quanto si creda: Manchisi mette insieme pezzi originali con filastrocche già sentite, e quasi alla conclusione si cimenta con una “livella” un po’ a sorpresa, perché “fa tanto Totò”, ma non lega bene con il resto. Emozionante il momento in cui l’attore tira fuori da un baule di scena una vecchia maschera, di quelle della Commedia dell’Arte, e le dà la voce in un dialogo serrato. In quel momento a discutere sono l’anima teatrale di Totò (la maschera) e il Totò cinematografico (Manchisi) che si scusa con lei per averla abbandonata, ma che le promette di esserle sempre devoto perché resta pur sempre il primo amore. Davvero toccante il finale. Manchisi racconta gli ultimi anni di de Curtis sul set. Quasi cieco, ha bisogno dell’accompagnamento di due persone per spostarsi e camminare. Ma non appena il regista grida “azione”, il Principe mette in tasca gli occhialini e Totò torna ad esplodere in tutta la sua vitalità: scherza, balla, canta, al punto che la troupe deve trattenere le risate per non disturbare le riprese. Poi si stoppa la scena, il ciak è perfetto. Rimette gli occhiali e torna ad essere un mezzo invalido. Questa era la grandezza di Totò, principe e buffone insieme, e quando si tenta di resuscitarne le gesta in casa sua, in terra campana, se ne ottiene soltanto una copia malriuscita, che magari ispira tenerezza, ma che sotto sotto fa sempre sussurrare che “l’originale era tutta un’altra cosa…”.

mercoledì 10 settembre 2008

Il terrorismo rivisto da La Frua dels Baus

La prima volta fu alle Olimpiadi di Monaco, nel '72, quando un gruppo di terroristi di Settembre Nero prese in ostaggio e uccise l'intera squadra degli atleti israeliani. La prima volta che dei terroristi usarono più o meno consapevolmente le immagini e la TV per trasformare il loro atto politico in un evento mediatico, la prima volta che anch'essi capirono che, oggi, tanto esisti per quanto appari. Poi c'è stato di peggio, dalla strage di Beslan all'11 settembre, apoteosi del terrorismo/spettacolo, e in mezzo un evento che, se non fosse così drammatico e inquietante, avrebbe risvolti molto suggestivi: la strage al teatro Dubrovka di Mosca. E' a questo fatto di (cronica) cronaca che si è ispirato il regista Ollè, immaginando un gruppo di terroristi che irrompe in un teatro, il nostro, mentre si sta recitando il Boris Godunov di Puskin, dramma sul potere e la violenza. Dico subito che la messinscena iperrealista fallisce i suoi obiettivi dichiarati: di “esperienza estrema”, di “terrore catartico”, qui non c'è traccia. Credo che allo spettacolo manchi proprio quello spazio simbolico che uccide la TV e ravviva il teatro: a vederli così, gli attori, a piazzare sul palco bombe che non esploderanno mai, a puntarci addosso armi che non sparano, ad afferrare e spintonare i loro colleghi seduti tra il pubblico, danno l'impressione di far parte di uno show dei Monthy Python arrivato fuori tempo massimo. Lo spettacolo risulta fin troppo lungo e piatto, lasciando in secondo piano dei temi che avrebbero meritato più spazio. Molto interessante, ad esempio, il frequente scambio tra gli attori e la loro immagine proiettata sul fondo del palco, come al cinema, a suggerire uno scarto di significato tra la realtà e la sua rappresentazione, al punto che gli altri, i “buoni”, il capo del governo con il suo staff, vengono introdotti nella storia come personaggi di un qualunque film holliwoodiano, con gli stessi dialoghi, gli stessi stereotipi, lo stesso montaggio incalzante, gli stessi dilemmi morali da supermercato etico. Così come un po' troppo incerto risulta il pur interessante gioco di specchi tra l'azione dei terroristi in platea e la rappresentazione sul palco del “Boris Godunov”, un dramma lontano dal nostro tempo le cui parole, alla fine, suonano allo stesso modo di quelle che abbiamo imparato ad ascoltare durante le rivendicazioni dei moderni terroristi globalizzati. Ollè e avrebbe forse potuto ricordarci con maggiore coerenza che la radice del terrorismo è anche altrove, nella violenza delle immagini che scoppiano nella nostra testa, nell'immobilità di un eterno presente dove tutto accade qui e ora, dove tutto è sempre così “finto”. Ecco perché si può ridere di un ostaggio che appare in scena nudo per essere ammazzato: perché gli uomini nudi, in TV, li vedi solo nelle commedie. Mirko Di Martino