E' un percorso antropologico, iconografico, mitico, nella natura e nell'immagine del trans, del femminiello, dell'ermafrodito, dei mille modi in cui chiamiamo questo essere sfuggente, quest'uomo che diventa donna, questa donna che diventa uomo.
E' soprattutto una riflessione sul corpo, esibito, trasformato, violentato, scomposto e ricomposto in forme che non gli appartengono, o forse gli appartenevano e sono state dimenticate.
Ma il dimenticato non scompare: resta vivo come un fiume sotterraneo che scorre lento in attesa di zampillare fuori qua e là, dove trova una crepa, una smagliatura nel tessuto delle soffocanti norme sociali. E' lì che affiorano “le pulle”, le puttane, i trans, esseri ibridi, attraenti e repellenti a seconda dello sguardo che li osserva. I corpi degli attori, tutti molto bravi, sono il cuore di questo spettacolo a tratti affascinante, ma nel complesso noioso e fin troppo ripetitivo. Le tre fate ballerine, in particolare, raggiungono vertici elevatissimi nel controllo e nella frammentazione ossessiva del loro corpo, con braccia e gambe che vanno per conto loro, con la testa attaccata al corpo come quella di una bambola, con il bacino che va continuamente su e giù in amplessi che sembrano spasmi, in una trance che non ha inizio e non ha fine. Ma quello che manca allo spettacolo è una drammaturgia forte, una scrittura che dia senso e valore alla successione delle singole scene, a volte ricche di immagini suggestive, ma troppo spesso povere di originalità e sviluppo. I temi ricorrenti sono sempre gli stessi, il sesso e il cibo, la norma e l'eccesso, riproposti, però, secondo modelli abbastanza scontati. Su tutto domina una pesante cappa di antimoralismo borghese che, scritto a tavolino, finisce per apparire quasi un esercizio di teatro volutamente disturbante e privo di anima.Mirko Di Martino












